Achab e i suoi fantasmi - La proiezione
Dr.ssa Barbara Romani
“Tutto ciò che sconvolge e tormenta di più, tutto quel che rimescola la feccia
delle cose, ogni verità farcita di malizia, ogni cosa che spezza i tendini e
coagula il cervello, tutti i subdoli demonismi della vita e del pensiero, ogni
male, insomma, per quell’insensato di Achab, era personificato in modo
visibile e reso raggiungibile praticamente in Moby Dick.
Sulla gobba bianca della balena ammucchiava il peso di tutta la rabbia, di
tutto l’odio sentiti dalla sua razza fino ad Adamo. Poi, come se avesse un
mortaio nel petto, le sparava addosso il cuore rovente.”
Tutti noi abbiamo una Moby Dick nella nostra vita che può essere rappresentata
da un collega, un vicino, un oggetto, anche un intero popolo, a volte.
Ma se questa persona, od oggetto, o popolo, voi poteste farlo sparire per
magia, davvero la vostra vita sarebbe migliore? Molto probabilmente trovereste
qualcun altro di egualmente odioso o pauroso, con le stesse caratteristiche
dell’altro eliminato.
Qualcuno che, magari, fino a qualche istante prima trovavate anche simpatico?
che cos’è quindi che ne ha fatto di lui un “mostro”?
Per dissipare parte del mistero occorrerebbe uno sguardo introspettivo:
scopriremmo con sorpresa la particolare luce di cui brilla quella persona
parte da noi.
La frase di un famoso personaggio : “io non sono cattivo, è che mi disegnano
così!” , allora potrebbe calzare a pennello anche per il “nemico” tanto
odiato.
Il meccanismo che sta alla base di tutto questo è la PROIEZIONE, definita come
“meccanismo di difesa automatico ed inconscio mediante il quale l’IO
attribuisce sentimenti ed atteggiamenti, vissuti ed impulsi propri sentiti
come negativi ed insopportabili, ad altri od alla realtà esterna.”
Va sottolineato che la proiezione non va confusa con l’identificazione
proiettiva dove ciò che è proiettato all’esterno sono vere e proprie parti di
sé.
Al contrario, nella prima, possono venire espulsi impulsi, ossia è attribuito
agli altri il desiderio legato alla pulsione (gli altri mi odiano); proiezioni
dell’ideale dell’IO o del Super-Io (gli altri mi accusano); stati d’animo
inaccettati (angoscia, depressione, sentimenti di non valore).
Tali meccanismi, come il diniego, sono tipici di fasi molto primitive dello
sviluppo infantile e nell’adulto sono caratteristici di patologie psicotiche.
Il delirio persecutorio è ciò che meglio rappresenta la proiezione, meno
frequentemente quello di gelosia ed erotomanico.
Le malattie in cui trova maggiormente espressione sono la paranoia o la
schizofrenia paranoide.
Nelle patologie affettive, in particolare nelle depressioni psicotiche o nelle
depressioni maggiori si possono trovare come conseguenza della proiezione
allucinazioni di vario genere: voci che criticano o accusano, odore di morte o
putrefazione, un cielo che si fa plumbeo, un occhio che osserva maligno.
Un occhio maligno, come quello, anche se reale, che perseguita il protagonista
di “Il cuore rivelatore”, noto racconto di E. A. Poe, dove emerge chiaramente
quanto sopra descritto.
L’occhio è quello di un vecchio, a cui il protagonista vuole bene, ma che è
investito dalla proiezione di un suo aspetto persecutorio. La proiezione è
così potente ed inaccettabile che porta all’assassinio del vecchio.
La scena in cui il narratore-protagonista descrive l’omicidio è
particolarmente intensa e ricca.
La proiezione domina la scena ed il protagonista attribuisce al vecchio
emozioni che lui percepisce ma che sono difficili da affrontare. Ad un certo
punto i due sembrano risuonare all’unisono.
L’occhio sbarrato, illuminato da un sottile raggio di luce, provoca
nell’assassino terrore e, quando questo si fa più intenso egli comincia ad
allucinare il battito del cuore della sua vittima.
Battito che a sua volta, come dice il protagonista “suscitò in me un terrore
irrefrenabile” e più avanti: “il terrore del vecchio DOVEVA essere infinito!”.
Quel doveva è enfatizzato dal protagonista e colpisce per la potenza della
disperazione che racchiude, come se egli vi si aggrappasse come un naufrago,
incapace di sopportarne da solo tutto il peso.
A questo punto la paura ed il terrore sfociano nel delitto, che diventa un
atto liberatorio e che scioglie una situazione di stallo in cui l’angoscia
andava via-via amplificandosi.
“Il vecchio era morto, il suo occhio non mi avrebbe più ossessionato”. Questa
avrebbe potuto essere la conclusione del racconto. Ci si sarebbe potuti
aspettare che ora il protagonista fosse più sereno e leggero, ma non è così.
Cosa succede? Arrivano i poliziotti, ed il narratore, galvanizzato dalla sua
ritrovata libertà li invita ad entrare, li ospita, li fa sedere nella camera
del delitto.
Qualcosa di silente intanto si muove, un fantasma si aggira, ma non è quello
del vecchio ucciso.
Il fantasma comincia ad aleggiare nella stanza: un demone che esce dal pozzo
in cui era stato ricacciato, ed il pozzo è il protagonista.
Egli non scaccia i poliziotti quando ricomincia ad avvertire il battito del
cuore. La proiezione aleggia nell’aria ed alla fine trova il bersaglio che
inconsciamente il protagonista cercava, perché “qualsiasi cosa era meglio
dell’angoscia mentale che mi attanaglia!”.
I poliziotti diventano i nuovi persecutori, ed egli li ingloba nel suo
delirio: “Era mai possibile che non udissero? Dio onnipotente! No, no! Certo
che no! Sospettavano! Sapevano! Si beffavano della mia disperazione! Questo
pensai, e questo penso. [?]. Qualsiasi cosa era più tollerabile di quella
derisione! Non potevo più sopportare quei sorrisi ipocriti! Compresi che
dovevo urlare o altrimenti sarei morto!”.
Bibliografia:
- Moby Dick, Garzanti, Milano, 1996;
- Manuale di psicopatologia generale, G. Colombo, CLEUP, Padova, 2001;
- Racconti del terrore, E. A. Poe, Rizzoli, Milano, 1950.
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